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venerdì 27 novembre 2009

Di nuovo su "Il Popolo degli Elfi".

Sono molto contento di poter nuovamente ospitare un intervento della sociologa Cristina Salvadori sul Popolo degli Elfi. Cristina ha già curato, per Viverealtrimenti, una presentazione storica di questa radicale esperienza comunitaria italiana. In questo post ne dà una lettura più generale, interpretativa oltre che descrittiva. Ulteriori elementi sul Popolo degli Elfi vengono offerti nel sito viverealtrimenti.com.
Cristina:


Il mondo contemporaneo sta marciando ad un passo sempre più globale, diffondendo strutture uniche che tendono a presentare il modello prevalente di vita come esclusivo. All’interno di questo mondo diffuso si possono scorgere però spazi locali che propongono soluzioni di vita diverse, costruite su particolari esigenze e concezioni. Ospiti nel ventre di una realtà ormai dominante, queste piccole società offrono percorsi esistenziali alternativi che hanno trovato la loro autorealizzazione in odierne comunità ed ecovillaggi, facendo germogliare microcosmi di vita differenti nell’orientamento economico, politico, sociale, culturale e spirituale, dando così alla luce un’opportunità di vivere attraverso altri modi e di approcciarsi alla quotidiana routine mediante schemi diversi.
Il Popolo degli Elfi, comune situata all’interno dei boschi dell’Appennino Pistoiese dal 1980, rappresenta uno di questi spazi locali, proponendoci una solida alternativa di vita sociale con trent’anni di esperienza da raccontare. La comunità è infatti una vera e propria microsocietà composta da circa duecento persone distribuite tra case e villaggi immersi nel verde delle montagne toscane, animata giornalmente da ritmi di vita che volgono il loro sguardo soprattutto al passato contadino che abitava quei luoghi prima del boom economico di metà Novecento.
Il sistema economico elfico tende all’autosufficienza mediante l’impegno nel settore primario: gran parte delle attività quotidiane della comune sono dedicate alla coltivazione dei prodotti della terra, lavorata con metodi poco invasivi e attenti alle esigenze naturali. Semplici attività commerciali come la pizzeria ambulante o la vendita dei prodotti confezionati in valle vanno ad alimentare una cassa comune, necessaria all’acquisto di beni che non possono essere prodotti all’interno dell’area comunitaria. Ogni membro può inoltre detenere una somma personale di denaro per soddisfare i propri bisogni.
La struttura politica è assente per il rifiuto di qualsiasi forma di potere e gerarchia: il non governo elfico dà vita ad una democrazia diretta nella quale non esistono cariche politiche o leader ed ognuno può esprimere la propria opinione e far sentire la propria voce all’interno del “cerchio della parola”, regolatore dell’ordine e portavoce delle decisioni finali che emergono con la maggioranza legata al prevale di una particolare idea.
La composizione socio-culturale della comunità è variopinta: possiamo identificarla come anarchica, antagonista, hippy, pacifista, new age, contadina, rurale, ambientalista, poiché attraverso piccole sfumature riesce ad emanare tutte queste cose, anche se la tonalità più forte è rappresentata dal richiamo ad una realtà societaria agreste e rivolta al passato.
La sola descrizione dei caratteri generali rischia di far percepire la comunità in termini di perfezione. La capacità di sopravvivenza della comune in realtà non ha niente di straordinario: essa ritrae la concreta realizzazione di una diversa opportunità, resa possibile dalla volontà umana disposta a cercare valide alternative di vita, ma anche attraverso la costruzione di qualche accorgimento e riadattamento necessario nonché funzionale alla positiva realizzazione di questa microsocietà e alla sua permanenza nel tempo. Scendendo nei dettagli vediamo infatti che, oltre alla ricerca di una vita ecologica, solidale, a misura d’uomo, la struttura comunitaria si regge su alcuni muri portanti che ne permettono in sostanza la longevità e il reale funzionamento.
Gli Elfi rifiutano ogni tipo di gerarchia e di potere e basano la loro convivenza su un’anarchia ordinata fatta di parità, libertà di pensiero e uguaglianza tra le voci. Se la parola anarchia rimanda etimologicamente ad una mancanza di struttura governativa legandosi automaticamente nella nostra vita ad immagini di caos e disordine, essa diventa negli Elfi un congegno funzionante che smentisce la concezione comune.
La società elfica non è affatto dotata di una naturale forza interna che mantiene ogni elemento al suo posto creando un ordine congenito, ma i suoi membri sottoscrivono un patto di tacita accettazione di fondamentali regole implicite necessarie alla quotidiana convivenza che rappresentano la vera realizzazione di questi due concetti apparentemente inconciliabili. In poche parole, l’anarchia ordinata non è innata alla comune ma deve essere costruita ponendo in essere gli strumenti necessari alla sua concreta realizzazione. La sottoscrizione silente al rispetto di regole tacite e implicite costituisce uno dei presupposti alla creazione dell’armonia anarchica: entrare a far parte di una comunità costruita su valori di solidarietà, cooperazione, tolleranza e rispetto reciproco presuppone l’accettazione obbligata nonché la loro messa in pratica, ponendo così un primo tassello alla sostanziale anarchia. Un’altra importante pietra è costituita dalla necessaria affermazione di qualche membro che avviene non in termini di potere ma di autorità. E’ un presupposto naturale quello che fa prevalere la voce di qualcuno rispetto agli altri in merito a particolari esperienze o a diversi livelli di maturità, conoscenza e saggezza riguardo certi argomenti. La voce che risalta deve essere ascoltata perché è quella che può condurre alla giusta decisione da prendere.
Ecco allora come l’anarchia ordinata degli Elfi sia in realtà una costruzione sociale che nell’ambito della realtà comunitaria può essere definita funzionante.
Un’altra considerazione da fare in merito al successo e alla longevità di questa realtà riguarda la rivisitazione della realtà contadina di inizio secolo. La tradizione rurale narrata nei ricordi dei nostri nonni può essere rivissuta tramite gli Elfi, ma con modifiche pratico-teoriche. La ripresa del passato contadino è uno dei fattori che permette ai comunardi di ricreare uno status alternativo: attraverso questo stile di vita avviene un richiamo ai valori autentici della solidarietà, della collaborazione e della semplicità, si ha la possibilità di fare appello alla saggezza e alla sapienza, riemerge la corporeità del vivere, si instaura quel legame e quel rispetto profondo per la natura, ormai perduto. Il loro stile di vita è per questo estremamente frugale e ben lontano dai moderni comfort. Il differenziale con i loro ispiratori sta però in un fattore da non sottovalutare, importante anche per capire la longevità e la stabilità della comunità: i membri si sono trasformati in Elfi per una scelta volontaria, non per forzate condizioni di nascita. La rinuncia alle comodità, l’allontanamento dal mondo di provenienza e la scelta di un ritorno al passato fanno parte di strade soggettive che si incrociano tutte nell’area della comune, ma nessuna è partita da una condizione obbligata. Il passato dei nostri nonni narrato con nostalgia ma anche con punte di dolore legate all’oppressione padronale, alla fatica, alla fame e alla miseria, è rivissuto nel presente da questa comune attraverso delle correzioni sia pratiche che concettuali che permettono loro di mantenere l’equilibrio di questo fabbricato sociale.
Tutte queste considerazioni ci aiutano a capire la trentennale esperienza elfica, la sua capacità di sopravvivere ad un concetto visto spesso come il massimo dell’utopia, anche a causa dei fallimenti comunitari presentati dalla nostra storia. Gli ideali di comunione e solidarietà sono pietre miliari presenti anche tra gli Elfi, come continuazione di quel filo rosso che lega gran parte degli esperimenti societari a partire dalle comuni religiose ottocentesche, ma vediamo anche che essi devono essere accompagnati da risvolti pratici e umani, che nella concretezza del vivere permettono il sopravvivere di un’alternativa reale.
In un discorso più ampio possiamo anche tentare di creare un approccio produttivo alla diversità, proprio a partire dall’esempio elfico. A pochi passi da casa nostra si trovano realtà che hanno rovesciato la quotidianità, che vivono partendo da presupposti esistenziali estremamente diversi e che stanno lì pronte a dimostrare come siano possibili altri modi di vivere la vita all’interno della nostra collettività. Ma un buon confronto lo si fa solo se andiamo oltre il fascino che queste realtà possono emanare. La diversità produce tanta ricchezza quanto attrito: l’occhio che riesce a guardare con fare sincero la differenza è quello che non si pone né come idealista né come nemico poiché queste due tendenze opposte tendono paradossalmente a divenire uguali tra loro per la posizione estrema che entrambe assumono.
Valutare senza pregiudizi una realtà come quella degli Elfi significa elencare gli ingranaggi che la fanno muovere, spiegarne il funzionamento e, sulla base delle proprie idee ed esperienze di vita, creare una propria visione concettuale. L’esistenza di una comunità come quella elfica non deve limitarsi ad indicare soltanto la strada dell’accettazione o quella del rifiuto, ma deve gettare le fondamenta per ulteriori vie intermedie che portino ad un confronto produttivo su questi mondi purtroppo ancora poco conosciuti.

Chi volesse contattare Cristina puo' avvalersi del suo indirizzo e-mail salvadoricristina@hotmail.com

martedì 24 novembre 2009

Sri Lanka: brevi note di viaggio, parte seconda (Sarvodaya).

Sono giunto a Colombo l'11 di ottobre per ottenere un nuovo visto e ritornare in India. In virtù della complessità del visto richiesto e delle lungaggini dell'ambasciata indiana, ho deciso di rimanere più del tempo programmato (un paio di settimane). Siamo oramai sul calare di novembre e sono ancora qui. Ho iniziato difatti collaborare con Sarvodaya, cui ho già accennato alcuni post addietro.
Sarvodaya, una delle realtà più importanti del GEN (Global Ecovillage Network), è un'organizzazione di base che coinvolge oltre 15000 villaggi srilankesi. Promuove il microcredito e garantisce gli elementi basici di una vita decente a tutti i suoi membri. Non è esente da limiti ma trovo sia una realtà molto interessante, il cui esempio può essere seguito, con opportuni adattamenti, anche in paesi più sviluppati. Non mancherò di tornare su Sarvodaya e di parlarne in modo più approfondito. Ora preferisco raccontare qualche mia esperienza in questa terra e nel network comunitario citato.

Gampaha

È distante appena 45 minuti da Colombo. Un tempo da trascorrere, spesso in piedi, su di un treno che ricorda facilmente le nostre linee metropolitane. Con la differenza che anche in questo caso, come ho già scritto per i treni indiani e gli autobus di Colombo, corre con i portelli aperti. Corre lungo paesaggi riccoverdi in cui risaie o fiumi placidamente animati spezzano l’intensità lussureggiante dei coccheti e dei banani e di chissà quali altre specie vegetali. Corre e si ferma in stazioni secondarie, preservate dal freddo anonimato delle nostre stazioncine europee, colorate, sobriamente vitali. Sul treno è un moderato via vai di venditori di modeste cianfrusaglie, di poveri sacchetti di noccioline. Non manca qualche mendicante o qualche istrione che si cimenta in capriole un po’ spericolate nel vagone o in prove di forza alzando con i piedi ― a testa in giù nell’asana yogica della candela — un pesante macigno. Il tutto, per una manciata di rupie spiegazzate.
Gampaha è una cittadina come tante nel turgore della foresta srilankese. Con i suoi templi buddisti e le sue chiese, i suoi mercati, i daba “moscheolenti”, i suoi tuk tuk, i vestiti sobri e pudichi delle donne, le loro lunghe capigliature nere, qualche cane malandato, qualche insegna di compagnia telefonica, poca ressa, poche smanie, poco clamore. Il distretto di Sarvodaya rimane un po’ fuori città. È costituito da un paio di edifici a piano unico su un francobollo di terreno preso in prestito alla foresta.

Un terreno con un vecchio pozzo, un paio di tettoie per poche bufale e qualche vitello, dove si aggirano visibili, nel verde, un grosso gallo bianco e più discrete galline. Nel distretto vive Nimal-Aya con la famiglia, con la moglie e due figli maschi, di 7 e 14 anni. Persone semplici, in simbiosi con il loro ambiente naturale. Il francobollo di terreno da loro l’indispensabile per vivere: le banana (da mangiare crude o cotte), i jack fruits (da mangiare crudi o cotti), il latte delle bufale, le noci di cocco, ingrediente fondamentale delle ricette srilankesi. Non manca difatti, nella cucina di Manel-Akha, moglie di Nimal-Aya, un utensile primitivo, a manovella, per raschiare scagliette di cocco dall’interno delle noci aperte. Le scagliette vengono mescolate con dell’acqua che ne acquisisce il sapore. Questa, mischiata con altra acqua spremuta dall’impasto delle scagliette, viene usata nella cottura di quasi ogni pietanza ragion per cui, in Sri Lanka, è possibile ravvisare il peculiare sapore di cocco quasi in ogni piatto. Le galline danno, naturalmente, le uova fresche ma non la carne, data l’etica tradizionalmente vegetariana di Sarvodaya. Eccezioni saltuarie vengono invece fatte per piccoli pesci che Nimal-Aya e Manel-Akha allevano in pochi metri di stagno.

La cucina è disarmantemente semplice, mi ha ricordato subito quelle che ho visto in zone particolarmente primitive in India ed in Nepal. Lo spazio in cui vengono cotti i cibi è una semplice struttura in terra cruda con 4 nicchie dove possono essere messi a bruciare piccoli pezzi di legna. Sui bordi della struttura, all’altezza delle nicchie, possono essere poggiate pentole o padelle in lega, annerite dalla fuliggine, a 20-40 centimetri dal crepitare della legna. È il tipo di cucina “più amata” dai ceti contadini srilankesi, dagli adivasi del Kerala, da montanari nepalesi e chissà da quanti altri spezzoni, dimenticati, di popoli. Manel-Akha ha uno sguardo estatico, gioioso, pur nell’ambito di una vita che non riesce a non trovare un po’ monotona. Vive nel francobollo di terreno, buona parte del tempo dietro la struttura in terra cruda, cucinando per il marito ― militante impegnato di Sarvodaya e piccolo allevatore — e per i figli Damidu e Ganidu. Vive, tuttavia, una vita fitta di relazioni, con la casa spesso occupata da militanti del movimento o di parenti o amici di passaggio. Il network di Sarvodaya, del resto, è sempre presente nella vita dei suoi membri. La domenica è quasi sempre giorno di ritrovo a casa di qualcuno, nella costellazione di vicini villaggi. Non mancano legami abbastanza stretti con monasteri di buddismo theravada ragion per cui, nel corso degli incontri domenicali, i monaci hanno modo, la mattina, di trasmettere la loro saggezza ai laici, come da antica tradizione ed essere rifocillati, serviti e riveriti. Mi è sembrato di percepire che la presenza dei monaci (in genere in numero di 10-15) porti un ineffabile equilibrio negli ambienti, con le loro parole pacate, veicolate a mo’ di predica, cui fanno spesso seguito recitazioni di mantra. Dar da mangiare ai monaci è, potenzialmente, dovere di ogni laico presente. Loro siedono, uno vicino all’altro, in fila orizzontale, avvolti nei loro abiti arancione, zafferano o amaranto. Ciascuno ha, davanti a sé, la propria ciotola capiente. Il cibo abbonda sulle tavole della casa ospite di turno. Ciascuno ha portato qualcosa da casa propria, in un bello spirito di condivisione (lo stesso che ho ritrovato, ultimamente, nel corso di un’agape fraterna della Società Teosofica in Italia). I laici prendono, ciascuno, un piatto dal ricco desco della casa ospite e, sfilando davanti ai monaci, servono un po’ di pietanza nella ciotola di ciascuno. Il monaco può accettare o rifiutare con un semplice gesto della mano. Nel momento in cui copre la ciotola con il palmo aperto significa, naturalmente, che non ha intenzione di essere servito. Dopo pranzo viene offerta loro la radice di betel nella foglia di pan utilizzata, tradizionalmente, anche qui come in India (in cui credo si possa facilmente dire che se ne abusi) ed in Birmania.
A questo punto è giunto, per i monaci, il momento di ritirarsi ed il desco resta ad integrale disposizione dei laici. Personalmente ho avuto modo di godere di diversi omaggi e trattamenti di favore qui in Sri Lanka. Ad esempio, nel corso di questi incontri, mi è stato chiesto di servirmi per primo. Ho avuto dunque modo di scegliere con cura nella vasta offerta di pietanze. Ce ne era davvero per tutti i gusti, per carnivori e vegetariani. Tutto, anche il pollo, all’inconfondibile sapore di cocco. Ottimi, poi, i dolci. Meritano menzione il tipico wattalappam, una sorta di cream caramel arricchito con frutta secca (uva sultanina, frammenti di anacardi e di arachidi) e dell’ottimo gelato alla vaniglia fatto in casa.
Il tutto senza una goccia di alcool, bevendo semplicemente acqua.
Nimal-Aya e Manel-Akha vivono con gli introiti del latte di bufala ed affittando qualche stanza nel distretto di Sarvodaya.
La loro è una grande casa, pur poco ammobiliata, con bella veranda con vista su di un giovane coccheto, perfetta per leggere, scrivere e fumare i discreti sigari locali.
Va anche bene, per me e Damidu, il più piccolo dei due fratelli, per giocare con l’arco e le frecce con punte a ventosa. Ricordo che era uno dei miei giochi preferiti quando ero bambino e sono ben contento, ora, di riviverlo con un amico srilankese di 31 anni più giovane.
Giochiamo anche a badminton, nel francobollo di terreno e a cricket. Gampaha è dunque, per me, in questo mio soggiorno srilankese, il posto ideale per riprendere fiato dal fisiologico caos di Moratuwa (dove ha sede il quartier generale di Sarvodaya e dove dunque passo la maggior parte del mio tempo) e di Colombo. Il sabato prendo, regolarmente, magari al volo, il treno-metropolitana con i portelli aperti. Raggiungo questa piccola oasi di semplicità ed innocenza, questa famiglia di “elfi esotici” e, automaticamente, seguendo la tradizione di Sarvodaya, divento Manu-Aya (fratello Manu; il nome abbreviato che uso in Asia perché si presta meglio ad essere ricordato) o Manu-Malli (fratello più giovane Manu) come mi chiama Manel-Akha (sorella Manel). A Gampaha ho dunque ritrovato un posto dove nutrire la fiducia nell’essere umano, dove ci si possa davvero permettere di sentirsi come in famiglia, in un rapporto di fratellanza che possa diventare via via più autentico, meno sproloquiato ed affatto retorico.

domenica 22 novembre 2009

Storia del fenomeno comunitario: Il Bruderhof di Eberhard Arnold.

Il modello hutterita, in versione libresca, ha ispirato, tra gli altri, un intellettuale tedesco, Eberhard Arnold (1883-1935) che, ironia della storia, non è stato a conoscenza, fino al 1929, dell’esistenza di Bruderhöfe negli Stati Uniti ed in Canada.
La sua storia (e quella del movimento da lui fondato) è stata sintetizzata molto bene sul sito del CESNUR (Centro Studi sulle Nuove Religioni, fondato nel 1988 e diretto dal sociologo Massimo Introvigne) che dunque cito “senza pudore”:

«Eberhard Arnold […] partecipa al movimento dei "socialisti cristiani" ed elabora il progetto di una comune cristiano-socialista che è organizzata a Sannerz fra il 1913 e il 1922. Questo primo progetto è travolto dalla crisi finanziaria tedesca, ma una seconda comune è inaugurata presso Rhön nel 1926. Nel 1929 Arnold scopre l'esistenza delle comunità anabattiste dei Fratelli Hutteriti negli Stati Uniti e in Canada, che praticano la comunione dei beni e la rinuncia alla proprietà privata. Entusiasta di queste comunità – che considera affini alla sua prospettiva cristiano-socialista – nel 1930 Arnold affilia la sua comune a una delle colonie mennonite nordamericane, chiamata Dariusleut, e adotta con i suoi seguaci anche il caratteristico abito hutterita (spesso confuso negli Stati Uniti con quello degli Amish, da cui è in realtà leggermente diverso). L'ascesa del nazional-socialismo rende impossibile la continuazione dell'esperimento, e nel 1934 il centro dell'organizzazione di Arnold si sposta in Liechtenstein. Nel 1935, a causa di una operazione a una gamba mal riuscita, Arnold muore prematuramente a Darmstadt.
Nel 1937 il governo nazista espelle dalla Germania i neo-hutteriti. La comunità si trasferisce prima in Inghilterra, poi in Paraguay. Dal 1954 la maggioranza dei seguaci di Arnold emigra negli Stati Uniti, dove si fonde con una comunità preesistente, Macedonia, nello Stato di New York a Rifton. Nel frattempo, nel 1950, senza drammi, la Società dei Fratelli Hutteriti di Arnold aveva rinunciato alla sua affiliazione alla Dariusleut e al legame organico con i Fratellli Hutteriti di origine cinquecentesca. Gli ideali e la teologia rimanevano in parte comuni, ma lo stile era diverso: gli "arnoldiani" erano sempre più riluttanti ad adottare un abbigliamento e altre pratiche giudicate antiquate, mentre gli hutteriti "tradizionali" consideravano estraneo alla loro tradizione l'impegno per cause politiche e sociali come l'abolizione della pena di morte (per cui il movimento fondato da Arnold è principalmente noto in diversi ambienti internazionali).
Alla comunità di Rifton se ne sono affiancate altre negli Stati Uniti, in Inghilterra e – dal 1988 – anche nell'Europa continentale. A partire dagli anni 1960 si sono manifestati diversi conflitti, con accuse di abuso sessuale su minori da parte di alcuni dirigenti che hanno opposto le Bruderhof neo-hutterite anche al movimento anti-sette. Attaccata con notevole violenza da alcuni ex-membri, la comunità cerca di prendere misure atte a prevenire simili abusi, e continua nel suo impegno a favore di cause umanitarie e pacifiste. In questo contesto va inquadrato anche il cambio di nome del dicembre 2005 da Bruderhof Communities a Church Communities, che peraltro risponde anche al desiderio di adottare un nome più adatto a una realtà che oggi ha la maggioranza delle sue comunità in Paesi di lingua inglese.
Dal punto di vista teologico gli arnoldiani sono dottrinalmente vicini agli hutteriti, di cui condividono la comunità dei beni e l'enfasi sul pacifismo (ma non la diffidenza di fronte alla tecnologia moderna). Il culto si concentra su un incontro fraterno settimanale o bisettimanale che comprende un sermone, un lungo momento di preghiera silenziosa personale e una preghiera pubblica conclusiva. Benché la preghiera silenziosa neo-hutterita sia stata talora paragonata al modo di pregare quacchero, le comunità ostentano anche una gioia di vivere comune che si esprime nel canto e nella danza. A differenza di quanto avviene nel mondo hutterita classico, il lavoro delle Bruderhof arnoldiane non è prevalentemente agricolo, ma si concentra nella fabbricazione di giocattoli educativi, oggetti speciali per gli handicappati, e nella pubblicazione di opere di spiritualità e di impegno politico-sociale tramite la casa editrice Plough».


Oggi ci sono quasi 3000 persone che vivono in 11 comunità Bruderhof: 7 negli Stati Uniti, 2 in Inghilterra, una in Germania ed una in Australia.
Per maggiori informazioni ed i basilari riferimenti delle diverse comunità visitare il sito internet www.unpattotranoi.it

martedì 17 novembre 2009

Luna nuova --- Martedì 17 novembre 09 --- da Ajahn Munindo

Come il bambù distrugge se stesso
nel dare frutto
a se stessi fanno male gli stolti
prestando fede a false opinioni
e deridendo i saggi
che vivono in accordo con la Via.

Dhammapada strofa 164

Pensare che tutte le cose naturali siano leggiadre è un’idea
romantica. La natura può essere crudele e micidiale. La natura delle
nostre passioni non domate può farci aggrappare a pensieri e
sensazioni che non fanno che precipitarci in maggiore sofferenza. Le
nostre menti non addestrate ci fanno mancare il potenziale per la
libertà che potrebbe essere nostro se facessimo lo sforzo di coltivare
la retta presenza mentale. Questo testo ci incoraggia a una
consapevolezza a tutto tondo: sedendo, stando in piedi,
camminando, da sdraiati, una presenza mentale 24 ore su 24.
Una mente preparata a fondo per una vita di consapevolezza è
costantemente vigile verso la tendenza ad attaccarci alle opinioni e al rischio di essere posseduti dall’auto-importanza.
Finché non siamo totalmente liberi dall’ignoranza, i semi dell’illusione restano dentro di noi con la loro possibilità di fare danno, a noi e agli altri.
Una mente ben addestrata vede dove sta la virtù anche quando
le nostre opinioni più care vengono contraddette e le preferenze personali frustrate.

Con Metta,

Ajahn Munindo

(Ringraziamenti a Chandra per la traduzione)

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Santacittarama
Monastero Buddhista
02030 Frasso Sabino (RI) Italy

Tel: (+39) 0765 872 186 (7:30-10:30, tutti i giorni eccetto lunedì)
Fax: (+39) 06 233 238 629

sangha@santacittarama.org
(alternativa): santa_news@libero.it

www.santacittarama.org
www.forestsangha.org (portal to wider community of monasteries)
www.fsnewsletter (newsletter in English)
www.dhammatalks.org.uk (audio files)
www.allisburning.org (images of Theravada Buddhism, East and West)

sabato 14 novembre 2009

Lo scandalo della fame.

Mi sembra giusto condividere con i lettori di viverealtrimenti la mail che ho ricevuto da Luis Morago di Avaaz.org (presentata piu' in basso), dando il mio piccolo contributo divulgativo

Cari Amici,
1 persona su 6 nel mondo soffre la fame ogni giorno. Con la recente crisi finanziaria, la povertà è alle stelle, ma i nostri governi non riescono a porre in atto azioni significative.
Tra pochi giorni, i leader mondiali si incontreranno a Roma per il Vertice Mondiale sulla Sicurezza Alimentare per affrontare questa crisi che aumenta. E’ più che mai urgente un finanziamento per promuovere l'agricoltura sostenibile nei paesi più poveri, ma Francia, Germania, Regno Unito, Italia e Giappone non stanno mantenendo la promessa di stanziare 20 miliardi dollari effettuata in luglio.
Milioni di vite sono oggi a repentaglio. Firma la petizione che verrà consegnata direttamente ai leader mondiali e attraverso una mobilitazione che si terrà sotto il Colosseo di Roma alla vigilia del vertice:

http://www.avaaz.org/it/world_hunger_pledges

Il mondo produce abbastanza cibo per sfamare tutti. Eppure il numero di persone che soffrono di fame cronica in tutto il pianeta ha raggiunto la cifra record di 1 miliardo quest'anno.
Centinaia di miliardi vengono spesi dai governi ricchi per salvare banche e istituzioni finanziarie, ma i paesi del G8 stanno cercando di tagliare i nuovi stanziamenti per l’agricoltura e la sicurezza alimentare dei paesi più poveri, promessi lo scorso luglio, da 20 miliardi dollari a soli 3 miliardi, mettendo letteralmente a rischio la vita di milioni di persone. Questo è uno scandalo.
Il vertice di Roma è la nostra migliore opportunità per spingere i governi a promuovere la produzione alimentare su piccola scala perché è sempre più dimostrato che i modelli di agricoltura e allevamento intensivi non sono efficaci per contrastare la fame e hanno effetti estremamente dannosi per l'ambiente.
Collaboriamo con ActionAid, organizzazione internazionale che combatte contro la povertà, e le reti globali di agricoltori di tutto il mondo per mostrare ai nostri governi che ci rifiutiamo di accettare un mondo dove ogni minuto le persone muoiono di fame. Firma la petizione, alla vigilia del Vertice, sotto al Colosseo di Roma, un evento straordinario consegnerà le firme:

http://www.avaaz.org/it/world_hunger_pledges

La crisi economica e il cambiamento climatico stanno colpendo i più poveri, spingendo milioni di persone sotto la soglia di povertà estrema. E in momenti come questo che dobbiamo essere uniti e dimostrare che ci prendiamo cura di coloro i cui i diritti fondamentali sono negati. Firma la petizione qui sotto:

http://www.avaaz.org/it/world_hunger_pledges


Con speranza,

Luis, Alice, Benjamin, Graziela, Ricken, Pascal, Iain, Paula, Paul, Veronique e l’intero team Avaaz


Informazioni

Rischio di nuova crisi alimentare:
http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2009/11/11/visualizza_new.html_1616624296.html

Allarme di Oxfam e Ucodep, vertice di Roma a rischio fallimento:
http://beta.vita.it/news/view/97629

Maggiori informazioni su ActionAid e la campagna globale HungerFREE:
http://www.hungerfree.it/

60 leader mondiali al vertice di Roma:
http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE5AA0IU20091111

Rapporto della Fao sul successo di alcuni paesi nel ridurre la fame:
http://www.diariodelweb.it/Articolo/?d=20091111&id=112422

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CHI SIAMO
Avaaz.org è un'organizzazione non-profit e indipendente, che lavora con campagne di sensibilizzazione in modo che le opinioni e i valori dei popoli del mondo abbiano un impatto sulle decisioni globali. (Avaaz significa "voce" in molte lingue.) Avaaz non riceve fondi da governi o aziende ed è composta da un team internazionale di persone sparse tra Londra, Rio de Janeiro, New York, Parigi, Washington e Ginevra. +1 888 922 8229

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